BAC Milano 2025 – L’esperienza del colore che emerge

2025-12-18 21:17

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BAC Milano 2025 – L’esperienza del colore che emerge

di Antonio Ciaramella

A BAC – Beauty Art Connect, Milano 2025, mi è stato chiesto di realizzare un’experience. Non una dimostrazione tecnica, non un semplice make-up show, ma un processo visibile, attraversabile, vivo.

Per tutta la durata dell’evento ho lavorato su una sola modella, trasformando il suo volto e la sua presenza attraverso tre momenti distinti. Tre look. Tre stadi di uno stesso pensiero. Il punto di partenza era chiaro: costruire un make-up apparentemente neutro, dominato dai grigi, capace però di accogliere ed esaltare la potenza del colore fluorescente. Un colore pensato non come decorazione, ma come forza narrativa.


Set 1 – La soglia

Il primo set è un atto di sospensione. La figura è ancora umana, riconoscibile, intima. Il corpo non chiede attenzione, la reclama in silenzio.

La pelle è luminosa, viva, attraversata da una luce morbida che non sovrasta ma prepara. È una pelle che non compete con il colore: lo attende. L’halo make-up nei toni del grigio costruisce uno spazio di quiete, quasi mentale. All’interno di questo silenzio visivo, l’eyeliner arancio fluorescente irrompe con precisione chirurgica. Non è ornamento: è energia compressa. La scelta dell’arancio, in contrasto diretto con l’azzurro degli occhi, genera una tensione immediata. È il primo segnale di qualcosa che vuole emergere ma che ancora si contiene. I capelli della modella, tagliati in un caschetto netto e geometrico, incorniciano il volto con rigore. Questa linea architettonica non è solo estetica: è una struttura di controllo, una forma che trattiene l’energia del colore e ne rimanda l’esplosione.

Siamo davanti a un’identità ancora integra, ma già attraversata da una crepa luminosa.

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Set 2 – La presenza

Nel secondo set il make-up resta invariato, ma il significato cambia radicalmente.

Il corpo prende spazio, occupa il fotogramma con una postura che richiama una femminilità potente, austera, consapevole. Qui emerge chiaramente l’ispirazione alle donne di Helmut Newton: figure che non seducono per concessione, ma per controllo. Donne che abitano lo spazio con autorità, senza chiedere permesso. Il nero dell’abito diventa un campo di sottrazione assoluta. Come in una fotografia in bianco e nero ad alto contrasto, ogni elemento superfluo scompare. In questo vuoto visivo, il fluorescente acquista una forza grafica estrema.

L’eyeliner arancio non è più solo un accento cromatico: è una linea di tensione che attraversa lo sguardo e lo dirige verso l’esterno. La modella non è più semplicemente osservata. Presiede l’immagine. Questo set rappresenta una fase cruciale dell’experience: il momento in cui l’identità è pienamente leggibile, ma non più rassicurante. La tecnica è interiorizzata, e ciò che emerge è una presa di posizione. Dal punto di vista didattico, è un passaggio fondamentale: comprendere che la competenza non serve a piacere, ma a sostenere una visione.

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Set 3 – La trasformazione

Il terzo set è una rottura. Qui non siamo più nel campo del beauty, ma in quello della creatura.

La geometria ordinata dei capelli si dissolve. La forma perde il suo ruolo di contenimento e diventa materia, disordine, organismo. L’argilla avvolge il corpo come un bozzolo che si sta fratturando. Non copre: trattiene. È una pelle temporanea, una protezione destinata a rompersi.

Ed è proprio in questa frattura che il colore esplode.

L’eyeliner arancio si stratifica, si arricchisce. Il magenta della cut crease introduce una nuova profondità emotiva, mentre i riferimenti verdi e turchesi rompono definitivamente la neutralità iniziale. Il colore non è più controllo. È necessità. Lo sguardo si solleva, cerca aria. La creatura che emerge non chiede approvazione: chiede spazio di esistenza. Qui la falsa semplicità del progetto si rivela per ciò che è realmente: una costruzione complessa, rigorosa, in cui la tecnica è completamente al servizio di un’urgenza espressiva.

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Conclusione

Questa experience non racconta solo un make-up in evoluzione. Racconta il processo creativo così come dovrebbe essere insegnato: non come ripetizione di uno stile, ma come attraversamento di una trasformazione. Nel rapporto docente–allievo, il senso è tutto qui. Mostrare che la tecnica è una soglia, non un traguardo. Che il colore va compreso, rispettato, contenuto e poi lasciato emergere.

Ma perché questo racconto potesse esistere davvero, era necessario qualcosa di più: una sintonia reale.

Lo storytelling, quando è autentico, è un atto vitale. Richiede immersione, ascolto, presenza. Tutti gli attori di questa storia devono essere coinvolti in modo sensoriale, consapevole, profondo. Con maestria, il fotografo Matteo Azara e la modella Giulia Zaffaroni sono riusciti a creare quello spazio di fiducia e di abbandono necessario affinché l’immagine non fosse solo vista, ma vissuta. A BAC Milano 2025, questo lavoro ha dimostrato che il make-up può ancora essere un atto intimo, potente e profondamente narrativo.

Non per farsi notare. Ma perché non può fare a meno di esistere.




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